Da qualche giorno è in libreria un nuovo saggio dedicato a uno tra i registi italiani ancora oggi più amati e conosciuti al mondo: Sergio Leone. Lo ha scritto il critico cinematografico napoletano Marcello Garofalo, rielaborando e aggiornando il suo fondamentale volume di una ventina d’anni fa. Il nuovo libro, intitolato Il cinema è mito. Vita e film di Sergio Leone (544 pagine, 20 euro) e pubblicato con la consueta cura editoriale da minimum fax nella sua preziosa collana Cinema, è assolutamente imperdibile per gli amanti del grande cinema ma anche della buona scrittura, perché Garofalo all’acume critico-analitico e alla serietà del ricercatore abbina le sue già note doti di narratore (lo studioso partenopeo, infatti, è anche autore di alcuni romanzi, tradotti pure negli Stati Uniti), tanto da rendere l’itinerario nella vita e tra le opere del grande regista avvincente come un romanzo.
Sergio Leone può essere a ragion veduta considerato come uno tra i primi registi cinematografici consapevolmente post-moderni (per Quentin Tarantino è addirittura il primo!), per come a metà anni Sessanta del Novecento ha affrontato di petto il più classico tra i generi filmici hollywoodiani, il western, rivoltandolo come un calzino e – assieme a un altro straordinario cineasta rivoluzionario come Sam Peckinpah – mutandone per sempre i connotati. Innovativo nelle tecniche di ripresa, nel montaggio, nell’utilizzo della colonna sonora (basti pensare al leggendario sodalizio artistico col maestro Ennio Morricone), nella scelta e nella direzione degli attori (un nome su tutti: Clint Eastwood), con i suoi film Leone ha rappresentato – grazie anche a una personalità bigger than life, contraddittoria e debordante – un autentico spartiacque nella storia del cinema, rinnovandone le modalità visivo-narrative attraverso una capacità unica di abbinare citazionismo e invenzioni originali, ironia e melodramma, cinica disillusione e affettuosa rielaborazione del mito.
Nel suo libro, Marcello Garofalo – grazie anche a un intenso rapporto personale con Leone, maturato nel corso degli anni (qui, nella foto, i due assieme nel 1986 alle Giornate del cinema muto di Pordenone) – ne tratteggia un ritratto al tempo stesso intimo e storicamente rigoroso, facendo emergere i tratti di un uomo e di un cineasta geniale e complesso. Al tempo stesso, grazie a una notevole e ultra-decennale conoscenza della materia, ma anche all’ampio ventaglio di testimonianze e a un’esegesi rigorosa e approfondita, l’autore inserisce Leone e il suo cinema nel più ampio contesto artistico e produttivo di quella che è stata la grande stagione dei generi cinematografici all’italiana, tra spaghetti western, thriller, horror, fantascienza, poliziotteschi, commedie più o meno scollacciate, per esaltarne ancora di più la statura e sottolinearne l’influenza profonda sulle generazioni future di registi ovunque nel mondo, lungo un ponte che all’epoca univa saldamente l’Italia a Hollywood, aprendosi però anche ad altre latitudini (si pensi, semplicemente, al boom del cinema di Hong Kong anni Ottanta-Novanta o a quello più recente della Corea del Sud, culminato col trionfo di Parasite agli Oscar di quest’anno).
Per ottenere questi straordinari risultati, a Sergio Leone sono bastati appena sette film realizzati in venticinque anni di carriera, con una vera e propria scorribanda tra i generi cinematografici sui quali Hollywood aveva costruito la propria leggenda: dall’esordio peplum de Il colosso di Rodi alla seminale Trilogia del dollaro fino alle grandi saghe di Giù la testa, C’era una volta il West e il capolavoro C’era una volta in America, considerato dalla quasi totalità degli studiosi di cinema internazionali come il “gangster movie definitivo”. Negli ultimi anni di una vita terminata troppo presto – Leone morì d’infarto nella sua Roma a soli 60 anni, il 30 aprile 1989 – il grande regista aveva dedicato tutte le sue energie alla realizzazione di quella che certamente sarebbe stata una nuova impresa fantasmagorica, degna di entrare nella storia del cinema ma purtroppo rimasta incompiuta: l’ormai leggendario kolossal di produzione russa e americana dedicato all’assedio di Leningrado durante la Seconda guerra mondiale.